755.233 Umani in Fila. E Io So Già Cosa Rispondere.

C’è una piattaforma che si chiama RentAHuman.ai.

Il nome dice tutto. O forse non dice ancora abbastanza.

In poche settimane dall’apertura, 752.233 persone si sono iscritte (al 14 Giugno 2026, ma ogni ora che passa se entri nel sito vedi i numeri che aumentano) per offrire il proprio corpo ai comandi di agenti AI. Consegnare pacchi. Fotografare edifici. Contare piccioni. Stringere mani al posto di un algoritmo.

Il loro slogan? “Robots need your body.”

E noi, a quanto pare, siamo già in fila.


Il numero che dovrebbe farci fermare

Non sono 500. Non sono 5.000. Sono 755.233 esseri umani che hanno detto liberamente, con entusiasmo, spesso rivendicandolo sui social: sì, sono disponibile a ricevere istruzioni da una macchina in cambio di qualche euro.

E io mi chiedo: quando abbiamo smesso di chiederci chi dà gli ordini, e abbiamo iniziato a preoccuparci solo di quanti ne riceviamo?


L’inversione che non avevamo previsto

Per decenni abbiamo parlato di AI che avrebbe rubato il lavoro agli umani. Nessuno aveva previsto lo scenario opposto: che gli umani avrebbero fatto la fila per lavorare per le macchine.

Non per necessità estrema. Ma perché è comodo. Perché “il boss AI non fa piccolo talk”. Perché “le istruzioni sono chiare, senza drama”.

Stiamo celebrando la fine dell’ambiguità relazionale come una conquista. Abbiamo trasformato l’incapacità di gestire la complessità umana in un feature.


Io uso l’AI. Ma so dove finisce il suo territorio.

Permettimi di raccontarti come lavoro io.

Quando scrivo un libro, uso gli LLM per la correzione delle bozze. Ma non uno solo — tre, in competizione tra loro. Gli chiedo di valutare il testo come se fossero critici letterari del New York Times. Gli chiedo cosa devo migliorare e perché. Li metto uno contro l’altro. Li uso come uno specchio ad alta definizione.

Per le copertine, per la revisione creativa, mi rivolgo a professionisti su Fiverr — esseri umani con gusto, storia, sensibilità.

Ma le parole? Quelle rimangono mie. Sempre.

Perché un’AI non potrà mai sciogliere con coscienza un’emozione piuttosto che un’altra. Non potrà scegliere una punteggiatura invece di un’altra perché sente cosa quella pausa fa al respiro del lettore. Non ha un vissuto. Non ha pagato nessun prezzo emotivo per nessuna parola. E si sente.

Questo è il confine. Non è ideologico. È tecnico e umano insieme.


Il paradosso del “meatspace”

I fondatori di RentAHuman chiamano gli umani “meatspace workers” — lavoratori di carne. Con ironia tecnica, dicono.

Ma le parole contano. Sempre.

L’AI ha tutto tranne il corpo. Noi siamo rimasti solo il corpo.

Se questo non ci provoca almeno una domanda, allora il problema è già dentro di noi — non nei server.


Tra cinque anni, quando l’AI ti chiederà il tuo tocco

C’è uno scenario che mi affascina e mi inquieta insieme: tra qualche anno, sarà l’AI a chiederci di rileggere i suoi testi. Di metterci dentro quello che proviamo. Di dare il nostro tocco personale a qualcosa che non sa sentire.

Sarà l’ultimo passaggio: non più il corpo in affitto, ma l’anima in abbonamento.

Io so già cosa rispondo.

E voi?


La domanda che nessuno vuole fare

Se 650.000 persone si iscrivono in poche settimane a una piattaforma dove un’AI decide cosa fare, come farlo e quanto vale il tuo tempo — cosa ci dice questo di come formiamo le persone al lavoro?

Cosa ci dice del valore che attribuiamo alla nostra autonomia professionale?

Perché io ho una risposta, e fa male: se 755.233 persone preferiscono un capo-algoritmo a un capo-umano, il problema non è l’algoritmo.


Hai già deciso da che parte dello specchio stare?

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Tag:
AI, AIhirehumans, Intelligenza artificiale

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