La Gen Z non vuole morire di lavoro. Ma sa ancora fare fatica?

Ho letto sul Sole 24 Ore che, davanti a carichi di lavoro eccessivi, più di un giovane della Gen Z su due preferirebbe lasciare il lavoro. La mia prima reazione è stata quasi automatica: bravi. La seconda, arrivata qualche secondo dopo, è stata meno lineare.

Perché io appartengo alla Gen X, quella cresciuta con un rapporto con il lavoro molto diverso. Durante le vacanze estive, se volevi guadagnare qualcosa, andavi a servire ai tavoli, in fabbrica, in negozio o, nel mio caso, a piallare hamburger. Non ci chiedevamo moltissimo se quel lavoretto fosse allineato ai nostri valori, al nostro purpose o alla nostra autorealizzazione. Era più banalmente allineato al nostro portafoglio.

Non lo racconto con nostalgia. Anzi, trovo noioso quel repertorio del “noi sì che…”. Noi abbiamo accettato anche troppo. Abbiamo normalizzato capi impossibili, orari assurdi, mail di notte, ferie interrotte, presenza a ogni costo. Abbiamo scambiato la disponibilità permanente per professionalità e l’esaurimento per ambizione. Poi ci siamo stupiti del burnout.

Hanno guardato noi. E hanno preso appunti

I nostri figli ci hanno guardato.

Hanno visto genitori lavorare molto, spesso troppo. Hanno visto divorzi, stress, aziende che durante il Covid improvvisamente sembravano ricordarsi che dietro le persone c’erano soprattutto costi. Hanno visto cinquantenni con trent’anni di esperienza diventare in poco tempo “troppo senior”, “troppo costosi”, “non più coerenti con il nuovo assetto organizzativo”.

E allora non mi stupisce affatto che abbiano pensato: io così non voglio vivere.

Su questo, forse, hanno capito qualcosa prima di noi.

Il problema è che mentre loro imparavano molto bene cosa non volevano, noi genitori cercavamo di risparmiare loro tutto ciò che a noi era pesato. E lì, forse, abbiamo cominciato a fare confusione.

Perché c’è una differenza enorme tra evitare la sofferenza inutile e togliere di mezzo ogni difficoltà.

L’autonomia finanziata

Noi che avevamo fatto fatica abbiamo cercato di non farla fare ai nostri figli. Il lavoretto non piace? Lascialo. Il capo è antipatico? Non permettere a nessuno di trattarti così. Non hai ancora trovato la tua strada? Prenditi il tuo tempo.

E nel frattempo, spesso, benzina, palestra, telefono, pizza, vacanze e a volte persino l’affitto continuano ad arrivare da mamma e papà.

Abbiamo inventato una forma curiosa di autonomia: l’autonomia finanziata.

E non lo dico per giudicare. Capisco perfettamente da dove viene. Viene dall’amore, dal desiderio di proteggerli, dall’idea di offrire loro possibilità che noi non abbiamo avuto.

Il problema è che, a volte, togliendo l’ostacolo togliamo anche l’allenamento.

La fatica non garantisce sicurezza. Ma allena a ripartire

Io l’università me la sono pagata. Questo non mi rende migliore di nessuno, ma aveva un effetto collaterale interessante: ero molto motivata a finirla in fretta. Ci sono stati periodi in cui mangiavo patate per spendere meno e non mi veniva nemmeno in mente di telefonare ai miei per raccontarglielo.

Non perché fossi eroica, ma perché quello era semplicemente il mio problema da risolvere.

E oggi, guardando indietro, mi accorgo che tutta quella fatica non mi ha garantito affatto la sicurezza. A cinquant’anni mi sono reinventata professionalmente e ho aperto una partita IVA.

Quindi no: la fatica non è una polizza assicurativa. Non garantisce il posto fisso, non protegge dai licenziamenti, non impedisce al mercato di cambiare le regole.

Ma forse mi ha dato qualcosa di più utile: la capacità di pensare che, se una strada finisce, posso costruirne un’altra.

Ed è qui che il tema della Gen Z, secondo me, smette di essere un discorso sui giovani e diventa un discorso sul futuro.

Dire no è una competenza. Ma anche restare

Nel mercato del lavoro che li aspetta, la competenza decisiva non sarà trovare finalmente il lavoro perfetto e restarci per quarant’anni. Sarà sapersi reinventare molte volte, imparare continuamente, accettare di tornare principianti, cambiare strumenti, ruolo, identità professionale.

E tutto questo, piaccia o no, contiene fatica.

Non la fatica stupida. Non il capo che umilia. Non il lavoro che ti distrugge. Non il burnout trasformato in medaglia al valore.

Ma quella fatica meno spettacolare e molto più importante che nasce quando ancora non sei bravo, quando ricevi un no, quando devi fare una cosa che non ti entusiasma, quando un feedback ti infastidisce, quando qualcosa richiede più tempo di quanto vorresti.

Il rischio, oggi, è confondere ogni disagio con un segnale di fuga.

Se ogni conflitto diventa tossicità, ogni settimana pesante burnout, ogni capo esigente un narcisista e ogni compito noioso una violazione del proprio benessere, allora il problema non è più il work-life balance.

È la capacità di stare dentro la complessità.

E qui arriviamo alla domanda che mi interessa davvero.

Abbiamo cresciuto ragazzi molto più capaci di noi di riconoscere i propri confini. È un bene. Ma abbiamo insegnato loro altrettanto bene a capire quali confini vadano difesi e quali, invece, vadano attraversati?

Perché non tutti i limiti sono muri da rispettare. Alcuni sono soglie.

Il resto del mondo non aspetta

I nostri figli non entreranno in un mercato locale. Competeranno con ragazzi cresciuti in contesti molto diversi, dove il rapporto con lo studio, il lavoro, il rischio e la mobilità sociale è differente.

Sarebbe semplicistico ridurre tutto alla “disciplina dei cinesi” o alla “fame degli indiani”, ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che le condizioni di partenza non contino.

Chi sa che, se aspetterà due anni in più, qualcuno continuerà a pagare le spese ha un rapporto con il tempo diverso da chi sente di avere meno margine.

Non è una questione morale. È una questione di incentivi.

E qui forse dovremmo smetterla di dare la colpa alla Gen Z.

È troppo facile dire che non hanno voglia, che non hanno disciplina, che non hanno rispetto o che non hanno fame. Qualcuno li ha cresciuti.

Noi.

Siamo stati noi a telefonare all’insegnante, a discutere con l’allenatore, a contestare il voto, a risolvere il problema, a intervenire quando qualcosa non funzionava. Poi arrivano a venticinque anni e ci stupiamo perché l’autonomia non si è installata automaticamente con l’ultimo aggiornamento software.

Forse la domanda giusta è un’altra

Prima di accusare una generazione di non saper fare fatica, forse dovremmo chiederci:

quanta fatica le abbiamo davvero permesso di fare?

Non so quale lavoro farà mio figlio tra vent’anni. Probabilmente alcuni dei lavori che farà oggi non esistono ancora. Non posso garantirgli stabilità, non posso garantirgli un bravo capo, non posso garantirgli che tutto gli piacerà.

Posso però provare a lasciargli qualcosa di più utile: la capacità di distinguere.

Capire quando dire no e quando restare. Quando proteggersi e quando esporsi. Quando una fatica è inutile e quando, invece, lo sta facendo crescere.

Perché forse il privilegio più grande che possiamo dare ai nostri figli non è evitare loro le difficoltà.

È fare in modo che, quando arriveranno, sappiano cosa farne.

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Tag:
#Adolescenza, #genitorialità, Generazione Z, Lavoro

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