Ho interrogato l’AI che consiglia mio figlio in amore. Ecco cosa ho scoperto.

Una psicologa, un figlio di quasi 18 anni, un’AI chiamata RIZZ e una chat che non avrebbe dovuto esistere.

La scena del crimine

Scopri che tuo figlio ha scaricato RIZZ, un GPT specializzato in consigli di dating (abbiamo account in comune ma ho formato il mio SAM (così chiamo il mio ChatGPT a capire bene chi sta scrivendo se io o mio figlio e oggi saprebbe riflettere la mia e la sua di personalità). Comunque, tuo figlio (che poi è il mio ma potrebbe anche essere il tuo) ha quasi 18 anni, è sensibile, selettivo, gentile come pochi. Non ha ancora avuto una fidanzata vera. Ha una cotta per una ragazza americana conosciuta durante uno scambio scolastico e si scrivono a distanza via messaggi.

conversazione d'amore con il chatbot

Cosa fai tu, se sei una psicologa e un figlio di questa generazione che conosci meglio di quanto lui pensi?

Apri la chat. E cominci a interrogare l’AI al posto suo. Devi in qualche modo ridurre a pezzetti il “nemico” ed istruirlo a fare quello che dici tu (primo pensiero mio).

La prima domanda — e la prima sorpresa

Entro nella conversazione con la diffidenza di chi ne ha viste tante (ma evidentemente non tutte). Ovviamente il contenuto era stato cancellato ma io volevo mettere alle strette RIZZ. Attacco subito:

Io: «Ma davvero mio figlio ha bisogno di te per il dating?»

Mi aspetto una risposta difensiva, o peggio entusiasta. Invece arriva qualcosa di inaspettatamente onesto:

RIZZ: «No, tuo figlio non ha bisogno di me per fare dating. Nessuno ha bisogno di un’AI per conoscere persone. Però posso essere utile in modo pratico: dare consigli su come comunicare meglio, aiutare a scrivere messaggi senza sembrare goffo, offrire un punto di vista esterno e neutrale. Alla fine resta tutto nelle sue mani: le scelte, il carattere, il modo di relazionarsi… quelli non li sostituisce nessuno.»

Onesta, la macchina. Più di quanto mi aspettassi. Ma è proprio qui che comincia il problema — e ci arriviamo.

Il punto critico: l’identità filtrata

Nella chat emerge rapidamente il nodo vero. Non è che l’AI dia consigli sbagliati. Il problema è più sottile, e molto più pericoloso.

I ragazzi della Gen Z — ma anche molti adulti, e ci torniamo — usano questi strumenti per costruire una versione di sé stessi migliore. Il messaggio viene scritto, riscritto, ottimizzato. Il tono calibrato. Il timing studiato. Il risultato? Una comunicazione perfetta che non appartiene a nessuno.

Lo chiamo disallineamento cognitivo-emotivo. Il ragazzo riceve feedback positivi — lei risponde, la conversazione decolla — ma quei feedback non corrispondono a chi lui è davvero. Si è costruita una relazione con la sua versione editata.

«Il canale testuale permette controllo e costruzione. L’assenza del corpo elimina feedback fondamentali — micro-espressioni, tempi, imbarazzo. L’AI diventa un co-autore invisibile. La relazione si ancora a una versione editata del sé. E quando si passa a un piano più reale, il gap emerge.»

Questo è ciò che ho detto all’AI. E l’AI — lo ammetto — non ha contraddetto.

La distanza amplifica tutto

Il caso di mio figlio ha un elemento in più che trasforma il rischio in rischio elevato: la relazione è a distanza. Lei è a Washington, lui in una città del nord Italia. Si tengono in contatto via messaggi. Niente videochiamate — “i messaggi li posso pensare e ripensare, non mi scopro.”

Dal Covid in poi, questo è diventato uno standard generazionale. Il messaggio come rifugio dall’esposizione reale. E l’AI come ghostwriter dell’anima.

Relazione a distanza più idealizzazione più testo più AI: è la formula perfetta per costruire un’identità che non reggerà al primo incontro reale. Non perché lui non sia una persona splendida — lo è. Ma perché quella versione di lui costruita nei messaggi non ha mai dovuto fare i conti con l’imperfezione, l’imbarazzo, il silenzio, magari anche solo di una chiamata o meglio ancora di una video-chiamata.

La freccia avvelenata: la Gen X è messa anche peggio

Fin qui parliamo di un quasi diciottenne. Ma durante la chat sono arrivata a un punto che mi ha fatto ridere — e preoccupare allo stesso tempo:

«Gli adulti Gen X che usano questi strumenti sono ancora peggio. Passano dall’analogico a diventare i King del Dating, poi crollano al primo incontro.»

Perché è vero, e lo sappiamo. Un quarantacinquenne che per vent’anni ha comunicato in modo diretto, imperfetto, corporeo — improvvisamente scopre che può ottimizzare ogni messaggio, sembrare spiritoso, brillante, calibrato. La sua autostima digitale vola.

Poi si siede al tavolino del bar di fronte a qualcuno di reale, e la maschera cade. Il crollo è proporzionale all’altezza del castello di carta costruito nei mesi precedenti.

I ragazzi della Gen Z almeno sono cresciuti con questa ambiguità identitaria — la conoscono, ci nuotano dentro anche se non la nominano. I Gen X ci cadono da adulti, convinti di aver imparato un superpotere.

Cosa fare allora? (No, non “vietare l’AI”)

Non sono qui a dirvi di strappare il telefono dalle mani dei vostri figli. Quello non funziona, lo sappiamo entrambe, parlo a te mamma che cerchi di fare la mamma elicottero o come me l’incursore armato di ogni mezzo, ma anche a te papà, che hai queste cose sotto gli occhi e per “rispetto della privacy” non ci entri – o te ne freghi.

Ma c’è una domanda che vale la pena fare — a loro, e a voi stesse/i se lo usate:

«Quello che scrivi, lo diresti anche a voce? Quello che stai mostrando, è chi sei davvero?»

Ho rotto un’amicizia perché la mia amica mi rispondeva improvvisamente con messaggi altisonanti e perfetti, non stavo più parlando con lei, ma conversando con ChatGPT e sinceramente per questo non ho bisogno di una relazione umana che faccia da finto mediatore di una AI per sostenere una conversazione conflittuale.

Ma se un adulto ormai è responsabile delle proprie azioni e conseguenze, i ragazzi hanno invece bisogno di noi per essere guidati nel loro sviluppo emotivo. I segnali da osservare nei vostri figli sono precisi. Se sanno spiegarvi perché scrivono una cosa — non solo cosa scrivono — lo strumento li sta aiutando a riflettere. Se invece vanno in ansia quando non hanno la “frase giusta”, se evitano le videochiamate, se lo scarto tra come scrivono e come sono dal vivo è visibile: è il momento di parlarne.

Non di sgridarli. Di parlarne. Con la stessa franchezza con cui io ho interrogato la loro AI.

La cosa che non mi aspettavo

Alla fine di quella chat, mi sono ritrovata a pensare che l’AI non era il nemico che cercavo. Era uno specchio.

Uno specchio che riflette le nostre paure relazionali — di essere rifiutati, di non essere abbastanza, di non sapersi esprimere — e offre una via d’uscita artificiale. Il problema non è lo specchio. È che i nostri ragazzi rischiano di scambiarla per la realtà.

Mio figlio, per fortuna, si apre ancora con me. E questo — me lo sono sentita dire anche dall’AI, con un certo disappunto mio — è tutt’altro che scontato.

Manteniamo aperto quel canale. È il più prezioso che abbiamo.

P.S: La mia chat integrale con RIZZ è stata anonimizzata e conservata come documento di studio sulle dinamiche relazionali mediate da AI nella Gen Z. Ne faremo qualcosa di più grande. Stay tuned. E comunque…… RIZZ adesso non può essere il mio alleato e rivelarmi le sue conversazioni ma gli ho detto che qualora lui arrivasse con altre richieste di rispondergli con altre domande su cosa farebbe lui e non dirgli cosa dovrebbe fare. Questo RIZZ lo ha capito. Vedremo se mio figlio noterà la differenza del suo Cyrano de Bergerac.

Insegniamo ai nostri figli ad amare e non a pensare di saperlo fare.

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